Il Libro delle Idee

Posted on Feb 23, 2015 |


Il Libro delle Idee

Quasi in ogni giorno della mia vita professionale e pubblica ho potuto rilevare che le ragioni culturali, sentimentali e di propaganda sono così radicate nelle menti che ne impediscono quasi totalmente la capacità di attuare un cambiamento. Uno strato altissimo di preconcetti, convinzioni, illusioni si annida nel profondo della nostra anima confondendoci in ogni azione della giornata attraverso rassicurazioni, adesioni al “pensiero comune”, che ci fanno rinunciare continuamente alla ricerca di una visione del mondo in evoluzione; ci manca la forza dell’irrequietezza e dell’insicurezza e ogni giorno cerchiamo conferme in tradizioni e usi che ormai non funzionano più da tempo.

Dobbiamo recuperare il senso della nostra presenza nel mondo e dobbiamo farlo attraverso la riscoperta della capacità di critica, della capacità di opposizione. Attenti! Non la solita “opposizione costruttiva” che nulla vuole dire ma la critica vera e la presa di coscienza di dover essere attori nel mondo e non pedine inconsapevoli attaccate a false certezze che non ci permettono più di crescere come persone e come società.

Il mio lavoro è sempre stato fare e gestire impresa, e su quella sarà il focus delle mie “idee”. Ma fare impresa significa prima di tutto costruire comunità di persone che almeno per una ragione economica devono imparare a convivere assieme per gran parte della giornata.

Non sono un filosofo e non sono un economista. Le mie note sono dedotte dall’esperienza quotidiana e dallo studio sistematico di metodi e sistemi adatti a far stare insieme e persone. Sempre con un unico scopo: creare un sistema, che fosse pubblico, privato o di volontari, dove le persone venissero e partecipassero volentieri alle attività.

Il concetto centrale delle mie considerazioni è la capacità di un gruppo, che sia un’azienda o un’amministrazione pubblica o una squadra di calcio, di riuscire ad affrontare il cambiamento. Perché il punto è proprio questo: il mondo cambia e cambia ad una velocità sempre più alta. Di questo cambiamento possiamo essere partecipi attivamente o passivamente ma non possiamo pensare di rimanerne fuori. E’ infatti certo che se non ci daremo da fare nel cambiare il nostro modo di fare organizzazione, sia nel privato che nel pubblico, siamo destinati ad una inesorabile recessione, decadenza ed emarginazione come singoli e come gruppi di persone.

Questo catalogo di “idee” un po’ come una sfida, la voglia di unire qualcosa di diverso alla solita tradizionale newsletter: è possibile comunicare una visione complessa attraverso delle mezze paginette scritte da un uomo di trincea? E prima ancora, attraverso domande o provocazioni espresse attraverso semplici frasi?

Inoltre questo lavoro vuole stimolare la discussione, ricevere critiche, ulteriori idee, voci fuori dal coro, …. E realizzare ogni anno una sintesi su cui ognuno abbia potuto esprimere la propria visione e la propria proposta.

La sequenza di “idee” spazierà su vari temi cercando sempre però di stare attorno al tema centrale di come ci dobbiamo riorganizzare o meglio, per dirla come Darwin, riadattare ad un nuovo mondo che Zygmund Bauman descrive molto bene nel suo libro “Vita liquida”:

“A differenza dell’epoca precedente della modernità solida che viveva verso l’eternità, la modernità liquida non si pone alcun obiettivo e non traccia alcuna linea conclusiva; più precisamente essa attribuisce il carattere della permanenza esclusivamente allo stato della transitorietà. Il tempo “scorre”, ha smesso di avanzare. Esiste il cambiamento, un cambiamento continuo, sempre nuovo, ma non esiste una destinazione, un punto conclusivo, l’aspettativa di una missione da compiere. Ogni momento di sopravvivenza è carico di un nuovo inizio e della fine: un tempo nemici giurati e oggi fratelli siamesi”.

La tesi da cui parto è che il sistema organizzativo che pratichiamo nelle aziende e studiamo nelle scuole e università è ormai obsoleto e ha bisogno di essere rinnovato.

Questo «restare indietro» dell’ organizzazione è dovuto a tre ragioni principali.

La prima è di carattere puramente sociale. Il nostro mondo (parlo del mondo occidentale prima di tutto) dagli anni ‘60 ad oggi è radicalmente cambiato soprattutto in alcuni aspetti fondamentali:

  • le donne hanno profondamente cambiato la loro presenza sociale e nelle aziende dando spinta a processi innovativi che sono solo all’inizio;

  • le tecnologie hanno impattato nella vita di tutti i giorni e lo faranno sempre di più;

  • il modello politico della nazione si è andato via via sgretolando dando spazio a evoluzioni oggi forse nemmeno comprensibili; e questo è forse l’effetto più “devastante” della globalizzazione. Questo effetto permette a grandi potenze economiche di agire praticamente al disopra delle leggi scegliendo di volta in volta la nazione che meglio si adatta alle esigenze aziendali influenzando in modo decisivo il mondo che verrà.

In uno modo così profondamente cambiato alla radice gli strumenti e le logiche tradizionali non possono che essere fallimentari.

Per secondo, nelle società avanzate, la cultura e la professionalità della classe media, insieme alle relative aspettative, si sono molto evolute. Il ruolo della «classe media» delle aziende è invece rimasto sostanzialmente inalterato, caratterizzato cioè da un basso contributo di pensiero, di relazione, di decisione. Ciò porta al secondo grande problema: inutilizzazione, demotivazione, diseconomia, e di conseguenza persone frustrate, superficiali e in generale appiattite. E la frustrazione sul lavoro, l’alienazione su lavoro, portano alla frustrazione e alienazione negli stili di vita che diventano ogni giorno più massificati, identificabili e pilotabili con una conseguente spirale negativa su tutti gli aspetti organizzativi.

La terza ragione è l’evoluzione della «produzione» da beni materiali a servizi. La crescente immaterialità del prodotto e la sua continua evoluzione, hanno diminuito molto l’importanza delle regole meccaniche che improntava invece la produzione dei beni fisici e andava a permeare tutta l’organizzazione. Queste regole «meccaniche» hanno però irrigidito le basi della organizzazione, sono rimaste quasi immutate e impediscono di adottare i nuovi paradigmi emersi negli ultimi decenni. Questo risulta evidente se andate a confrontare le modalità organizzative di paesi come Olanda e Danimarca che hanno saputo utilizzare l’evoluzione sociale (ruolo della donna ad esempio), le tecnologie e l’abbattimento delle barriere geografiche traendone grandi benefici. Ma lo ritrovate anche in tutte quelle aziende che dal mero prodotto materiale e nazionale sono riuscite ad evolvere verso la cultura dell’informazione e dell’internazionalizzazione.

Torneremo nel dettaglio sulle cause del disagio soprattutto sul posto di lavoro.

Adesso basti notare che tutto questo si traduce, in particolare in Italia ma non solo, in una inefficienza molto alta, valutabile, secondo le mie stime dal venti a più del quaranta per cento dello sforzo complessivo di una organizzazione (dimostrerò che può essere molto di più!)!

È chiaro che almeno in Italia, con le dimensioni limitate e le pessime condizioni del nostro sistema paese, non ci possiamo permettere uno spreco di questo genere, tenendo anche conto del fatto che le inefficienze cui mi riferisco colpiscono più in Italia che, ad esempio, nei paesi anglosassoni o in Giappone, per quanto riguarda la media e grande dimensione.

Questo è dovuto al fatto che altre culture fanno più squadra di quanto siamo capaci noi e riescono quindi a far funzionare in modo passabile anche organizzazioni mal strutturate.

In Italia, non solo siamo poco capaci di fare squadra, ma siamo anche più succubi delle strutture e delle gerarchie, favorendo quindi autoritarismo e accentramento, più di quanto avvenga all’estero. Avrete già capito che il lavoro di gruppo e il fare squadra sono uno dei fondamenti delle mie teorie, delle soluzioni che andrò a proporre e delle “idee” in generale.

Il fenomeno si evidenzia in modo devastante in due organizzazioni che sono verificabili da parte di tutti: l’azienda padronale e il municipio delle nostre città grandi e piccole.

In queste due entità la somma di tutti i problemi che ci hanno lentamente portato alla crisi generale che stiamo vivendo sono ormai insiti in ogni piega del sistema organizzativo. Le inefficienze, l’autoritarismo, il servilismo, il nepotismo, sono in queste organizzazioni la parte fondamentale del quotidiano a scapito dell’efficienza e della competenza. Ma il vero problema in queste organizzazioni sta nel fatto che chi non fa parte della “corte” si presenta sul posto di lavoro senza nessuno stimolo e vive anni di infelicità e insoddisfazione che diventano poi problemi insuperabili per l’intera società e all’interno della famiglia.

Voglio fin dall’inizio sottolineare che il miglioramento che propongo è sì radicale , ma – contrariamente alle normali prassi di cambiamento – è ottenibile a costi accettabili, in quanto basato non su meccanismi artificiosi e meccanici – come avviene per gli attuali paradigmi organizzativi – ma su modalità profondamente rispondenti alla nostra natura umana e che fanno proprio delle peculiarità e delle richieste della natura umana una delle leve per favorire il cambiamento.

L’organizzazione innovativa riduce lo sforzo di un’organizzazione in modo rilevante, migliora molto la qualità dei prodotti e servizi offerti, riduce la pressione e lo stress del management e motiva i collaboratori. L’organizzazione innovativa è un moto rivoluzionario! Vuole rilanciare il fattore umano in azienda e nelle organizzazioni a scapito del fattore tecnologico e dell’ottimizzazione verso il profitto di pochi.

Oltre che sul lavoro oggi sto applicando in particolare questi metodi nella mia esperienza politica di paese dopo aver cercato per anni di lavorare su principi di efficientismo che non hanno portato a nessun miglioramento. Durante un quiquiennio di governo l’efficientismo ha permesso buoni risultati in alcuni ambiti controllabili puntualmente attraverso l’autoritarismo come rendere efficienti i lavori pubblici controllando e imponendo regole ritenute giuste. Tutto questo purtroppo non ha portato nessuna crescita della nostra comunità che non aveva potuto condividere il miglioramento e le scelte a cui non era preparata e non aveva potuto partecipare. Il risultato finale è sintetizzabile in due elementi:

  1. la sconfitta elettorale per il fatto che nonostante si fossero fatte tantissime cose le persone non le avevano condivise, digerite, capite;

  2. la scomparsa di quasi tutte le attività di miglioramento portate avanti in pochi mesi dal momento che la struttura non le aveva fatte proprie non avendone capito e condiviso il senso, con un rapido ritorno alle inefficienze del passato.

Oggi sto lavorando dal basso cercando di instillare in ogni azione un piccolo miglioramento alle persone che hanno accettato di stare in squadra e partecipare al progetto. Alcuni risultati sono già evidenti anche se spesso l’indole di alcuni singoli e le condizioni a contorno ci obbligano spesso a stringere i denti di fronte a comportamenti di narcisisti, invidiosi e autoritari che come sempre si oppongono ai veri cambiamenti.

Nelle mie “idee” cercherò di stimolare una discussione, attraverso propose e casi vissuti, su come dovrebbero evolvere le organizzazioni per riuscire ad interpretare il mondo di oggi e tracciare una strada percorribile per il futuro.