Il fare tecnico e il nuovo fare

Posted on Set 14, 2015 |


Il fare tecnico e il nuovo fare

Siamo nel mondo reale e in qualche modo dobbiamo riuscire ad andare avanti. È quindi necessario fare qualcosa costruire qualcosa all’interno delle organizzazioni in cui viviamo ogni giorno.

Ci sono diversi modi di fare le cose, di portare avanti i progetti, e tra questi domina da molti anni il fare tecnico. “E’ un bravo tecnico”, “il governo tecnico”, “gli studi tecnici”, tutte frasi che nel sentore comune esprimono un’eccellenza intrinseca. Questa mentalità del fare tecnico nasce dall’ignoranza e precisamente dal convincimento che il “fare tecnico” sia sufficiente per la soluzione dei problemi più profondi. Inoltre ha radici nella Rivoluzione Industriale da cui proviene il nostro modo di pensare, studiare e lavorare. Questo convincimento trova l’evidenza della sua inadeguatezza nella storia degli ultimi cinquant’anni e che ci ha portato ai nostri giorni. I tecnici non hanno risolto un bel nulla, anzi hanno peggiorato pesantemente organizzazioni, ambienti, territori…..portando un eccesso di burocratizzazione e soluzioni inadeguate. Non sto dicendo che i tecnici siano da sopprimere ma certamente non sono stati in grado di guidare e indirizzare le scelte stando nella posizione di leader. E saranno ancora meno utili nelle grandi trasformazioni con cui abbiamo e avremo a che fare nei prossimi anni! In passato, in un mercato in crescita, molte delle capacità di cui andremo a parlare, in questa idea e in altre future, erano utili tanto quanto lo sono ora ma non erano necessarie alla sopravvivenza aziendale. E li sta anche il mito della risoluzione dei problemi degli stati attraverso i manager e le aziende nazionali. Un drammatico esempio che tutti noi viviamo in questi anni è la costruzione dell’ Europa. Il processo è stato infatti costruito da tecnici e basato sulla definizione di un immane apparato contabile che legge il mondo a partire dai bilanci dimenticando tutte le altre componenti della storia e dell’animo umano! Attenzione per tecnici non intendo le alte professionalità espresse da ingegneri o economisti in aziende o università. Intendo il malcostume sotto cui si celano e giustificano il loro ruolo molti dei politici e dei manager presenti nelle aziende europee. Persone incapaci di una visione che prenda in considerazione la parte di mondo che sta “fuori dal loro io” e abili ad eseguire compitini che portano sistematicamente al fallimento. Personaggi di cui non abbiamo più alcun bisogno e di cui ci dobbiamo liberare al più presto.

Alcune volte i miei studi di fisica mi sono di grande aiuto! Nella teoria dei sistemi si certifica che “ogni sistema che non si lascia influenzare dall’ambiente in cui è inserito per riorganizzarsi ad un livello superiore proprio partendo dalle perturbazioni provocate dall’ambiente che lo circonda, è destinato ad essere distrutto”. Come si può pensare anche solo per un momento che un tecnico pieno di se e iperconvinto dei suoi schemi costruiti con tanta fatica e ferrei possa avere una flessibilità tale!
È quindi necessario imparare a “guardare fuori” a confrontarsi con il mondo che tra l’altro non sta facendo altro che cambiare ad una velocità sempre più elevata. Ed ecco quindi che il tecnicismo di bilancio, il tecnicismo della richiesta d’acquisto, del contratto di vendita, della quotazione in borsa, diventano commodities, utili e necessarie per il sostentamento dell’azienda ma assolutamente inutili per la comprensione dei fenomeni veri a cui
l’azienda oggi viene sottoposta ogni giorno. Ma nello stesso modo sono assolutamente inutili i tecnicismi imposti dalle municipalizzate agli utenti, i tecnicismi imposti dalle strutture ospedaliere ai pazienti, i tecnicismi imposti dalla scuola agli studenti. Tutte imposizioni che non vanno a migliorare la condizione dell’utilizzatore del servizio ma a proteggere e facilitare, in modo ripetitivo e inefficiente, il lavoro dei tecnici burocrati interni all’organizzazione. Organizzazioni che non hanno alcun interesse al miglioramento del servizio esterno avendo una pura focalizzazione al mantenimento del proprio reddito e della propria posizione dominante. Dedicherò un’”idea” futura al problema semantico delle parole: utente, paziente e studente al posto di cliente per capire quanto la semantica sia importante e quanto le parole abbiano un peso nella vita di ogni giorni. Ricordate solo che “il cliente ha sempre ragione!”, il paziente, l’utente e lo studente no!
Quando capiremo che le organizzazioni sono formate da persone e non da automi messi in un ufficio o in un capannone per eseguire un compito, allora avremo iniziato il percorso virtuoso verso l’azienda del futuro. Allora avremo inteso che la nuova politica del fare è quella del pensare e non dell’eseguire. Su questo punto si sta progressivamente costruendo un mondo che darà molte soddisfazioni a pochissimi e tante frustrazioni alla maggioranza. Si cerca sempre più di ottimizzare, automatizzare, velocizzare e sempre meno a pensare, convivere, costruire assieme. L’azienda di oggi è sempre meno in grado di pensare e di confrontarsi in ogni momento con l’ambiente circostante che rappresenta la vera variabile complessa e il vero problema da affrontare con impegno totale. Invece oggi nelle aziende abbiamo bisogno di persone che ragionino non che eseguano in modo spersonalizzato. La partita è troppo difficile per permettersi di dire la vecchia frase “il mio lavoro l’ho fatto se gli altri non lo fanno non so cosa dire”. Il mondo è troppo veloce! Automatizzare richiede tempo e una volta finito il progetto l’automatismo è già stato superato. L’azienda è diventata un organismo vivente e lo comprova il fatto che nelle aziende in difficoltà l’intero ambiente ne risente e il morale dei singoli va sotto i tacchi, mentre nelle aziende in salute troverete persone soddisfatte e motivate nel loro lavoro. L’automatismo è una commodity necessaria ma deve essere vissuta come strumento e non come la soluzione al problema. La soluzione al problema è la consapevolezza e la comprensione dei problemi e delle soluzioni e non l’esecuzione passiva di processi aziendali imposti con tecnicismi spesso progettati su esperienze e convinzioni interne mai confrontate con altri ambienti o con il mercato.
In questo senso ritengo demenziale la riforma della scuola che ha portato a specializzazioni e al “fare” tutti gli indirizzi scolastici. Mai come ora c’è stato bisogno di formare persone attraverso l’arte, le scienze umane, la matematica, la fisica evitando l’appiattimento di insegnamenti tecnici che per altro diventano vecchi nel corso dei cinque anni di studio. A mio figlio ad esempio viene insegnato a scuola il Pascal. Un linguaggio preistorico assolutamente scomparso da qualsiasi attività lavorativa nel mondo dell’informatica! Pochissimo tempo è stato dedicato all’algebra di Boole, ai diagrammi di flusso, alla comprensione teorica di processi che possono anche non essere legati ad un flusso documentale: il processo della nascita e crescita di un bruco potrebbe essere interessantissimo per un giovane studente! La sola logica del mercato, tra l’altro raggiunta in Italia con imperdonabile ritardo e ancora non entrata nel bagaglio dei manager, non basta, e appiattisce sistematicamente le scelte
con atteggiamenti neutri e prudenti che in passato sarebbe stati giudicati addirittura vigliacchi.
Socrate girava per le vie di Atene sollecitando i propri concittadini ad uscire dal torpore mentale delle loro idee che non avevano altri che la forza della consuetudine. Ecco questo serve ai nuovi manager, più filosofia! I tecnicismi devono essere scontati perché senza quelli non si possono gestire le complessità. Ma abbiamo capito che non bastano. E quindi dobbiamo rivalutare quello che per millenni è stato il motore dello sviluppo, lo studio del pensiero e quindi della filosofia, dell’arte e delle scienze umane. Ci servono idee, ci serve slancio per ripartire, e non lo possiamo fare scopiazzando qua è la o sottoponendo le nostre persone a patetici corsi improvvisati da amici degli amici in grado di accaparrarsi qualche finanziamento statale. Le aziende per crescere hanno bisogni di pensiero, perché di sapere legato alla consuetudine ne hanno già tanto e in gran parte sarebbe anche da dimenticare.
Nel mio lavoro ho spesso seguito questa linea di pensiero cercando di risvegliare gli animi e le menti. Dopo aver costruito un’organizzazione e dato alle persone alcuni strumenti base, che purtroppo in molte aziende italiane sono ancora considerati rivoluzionari, ho poi cercato di agire sul modo di pensare. Abbiamo condiviso con le persone (con tutte non solo con i primi livelli) le direttive strategiche del board aziendale, abbiamo fatto partecipare giovani appena arrivati a comitati di direzione, abbiamo mandato persone ai convegni universitari e soprattutto ho regalato libri. Che libri? All’inizio libri di marketing per alzare il livello di comprensione dei nuovi tecnicismi introdotti, ma poi libri di sociologia e filosofia ed infine libri di pura letteratura (una riunione con i commerciali del centro Italia ha parlato del libro “La solitudine dei numeri primi” per cercare di coinvolgere le persone sul problema della solitudine e dell’isolamento in azienda, e molti nelle settimane dopo lo hanno letto!!). Ho organizzato mostre all’interno degli uffici, gare di fotografia per la realizzazione del calendario aziendale,……ho cercato in sintesi di far capire a tutti che il mondo era interessante e che dovevamo provare a capirlo meglio ogni giorno. Ma ho suggerito anche cose più banali come andare a casa per una strada diversa dal solito guardando bene quanto il mondo attorno (e vicino!) a tutti noi cambi in poco tempo. Tutto questo, dopo pochi mesi di lavoro, ha portato ad una motivazione diversa nei confronti della giornata lavorativa da parte di tutte le persone. E questo interesse, questa nuova motivazione alla giornata lavorativa è cresciuta in modo evidente proprio dove era più chiara la demotivazione e l’alienazione. Abbiamo riportato l’interesse sulla vita lavorativa delle persone che si alzavano la mattina con l’entusiasmo della scoperta e non con l’alienazione della routine!
Servono manager capaci di sognare e di far sognare e non personaggi autoreferenzianti. Tutto questo richiede tanto studio e tanto lavoro ma ho provato sulla mia pelle che funziona e rende il lavoro non solo sopportabile ma addirittura esaltante.
Il nuovo fare è legato alla riscoperta del nostro lato umano, il tecnicismo ci sta distruggendo.